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Questo il principio ricordato dalla Corte di Cassazione, nell’ordinanza n. 207 del 9 gennaio 2019. La vicenda ha tratto origine da un giudizio proposto da una Società contro una Banca, chiedendo che fosse accertato e dichiarato che Quest’ultima aveva erroneamente ed illegittimamente segnalato una posizione di sofferenza alla CRIF, con conseguente condanna al risarcimento di Euro 240.000,00 a titolo di danni patrimoniali e di Euro 18.000,00 a titolo di danni non patrimoniali. La domanda, ricondotta nell’ambito dell’art. 15 del D. Lgs. n. 196 del 2003 (c.d. Codice della privacy) e dell’art. 2050 codice civile (responsabilità per l’esercizio di attività pericolose), è stata parzialmente respinta dal Giudice di merito, che ha escluso che fosse stato provato dalla società il danno patrimoniale, come danno emergente e come lucro cessante, derivante dalla mancata concessione di finanziamento e mutuo, e ha riconosciuto solo il danno non patrimoniale, liquidato equitativamente in Euro 6.000,00. Così la Società ha proposto ricorso in Cassazione. Questa, con la pronuncia del 9 gennaio scorso, si è soffermata, in particolare, sull’onere della prova che il soggetto danneggiato deve soddisfare in giudizio, ricordando che “su colui che agisce per l’abusiva utilizzazione dei suoi dati personali incombe ……. l’onere di provare il danno subito, siccome riferibile al trattamento del suo dato personale (Cass. 23/05/2016, n. 10638), tuttavia il danno, ed in particolare la “perdita”, deve essere sempre oggetto di proporzionata ed adeguata deduzione da parte dell’interessato.Come chiarito da questa Corte “In caso di illecito trattamento dei dati personali per illegittima segnalazione alla Centrale dei rischi, il danno, sia patrimoniale che non patrimoniale, non può essere considerato “in re ipsa” per il fatto stesso dello svolgimento dell’attività pericolosa. Anche nel quadro di applicazione dell’art. 2050 c.c., il danno, e in particolare la “perdita”, deve essere sempre allegato e provato da parte dell’interessato.” (Cass. 25/1/2017, n. 1931) …. a pena di uno snaturamento delle funzioni della responsabilità aquiliana. La posizione attorea è tuttavia agevolata dall’onere della prova più favorevole, come descritto all’art. 2050 c.c., rispetto alla regola generale del danno aquiliano, nonchè dalla possibilità di dimostrare il danno anche solo tramite presunzioni semplici e dal risarcimento secondo equità”. Invero, nel caso di specie, secondo la Cassazione, la Società non aveva dato prova di alcun danno patrimoniale subito e, quindi, il Tribunale si era pronunciato correttamente, respingendo la domanda di danno patrimoniale.

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