Il Consiglio di Stato rifa’ il punto sul risarcimento del danno da ritardo da parte della PA e rileva che il danno da ritardo può essere dovuto anche nei procedimenti che la PA deve iniziare d’ufficio. Questo il principio espresso dal Consiglio di Stato, con la sentenza n.358 del 15 gennaio 2019. L’occasione è stata il ricorso proposto da due Ispettori della Polizia di Stato, che avevano richiesto il riconoscimento della posizione di comando ai fini della corresponsione della relativa indennità. Non avendo ottenuto risposta, avevano proposto ricorso contro il silenzio serbato sulla loro istanza (ricorso accolto, con successiva emanazione di un provvedimento di ricognizione della loro posizione di comando) nonchè per ottenere il risarcimento dei danni per il ritardo nell’emanazione del riconoscimento. Il Giudice di primo grado sostanzialmente aveva respinto la domanda di risarcimento dei danni e, così, la questione è stata impugnata dai due Agenti avanti al Consiglio di Stato. Per quanto ci interessa, rispetto al profilo del risarcimento del danno da ritardo, il Consiglio di Stato ha affermato che, come è noto, l’art. 2-bis L. n. 241 del 1990, invocato dagli Agenti, prevede due distinte ipotesi di risarcimento del danno: – la prima, che riguarda il danno ingiusto cagionato in conseguenza dell’inosservanza dolosa o colposa del termine del procedimento (art. 2-bis, co. 1, L. n. 241 del 1990); – la seconda afferente al danno derivante di per sé dal fatto stesso di non avere l’amministrazione provveduto entro il termine prescritto, nelle ipotesi e alle condizioni previste (art. 2-bis, co. 1-bis). “Orbene, l’art. 2-bis, co. 1, (invocato dagli Agenti) prevede la possibilità di risarcimento del danno da ritardo/inerzia dell’amministrazione nella conclusione del procedimento amministrativo non già come effetto del ritardo in sé e per sé, bensì per il fatto che la condotta inerte o tardiva dell’amministrazione sia stata causa di un danno altrimenti prodottosi nella sfera giuridica del privato che, con la propria istanza, ha dato avvio al procedimento amministrativo”. Dunque, benché l’art. 2-bis L. n. 241 del 1990 cit., rafforzi la tutela risarcitoria del privato nei confronti della pubblica amministrazione, la domanda deve essere comunque ricondotta nell’alveo dell’art. 2043 c.c. e, quindi, devono concorrere tutti gli elementi costitutivi della responsabilità civile ordinaria: “è, infatti, onere del privato fornire la prova, oltre che del ritardo e dell’elemento soggettivo, del rapporto di causalità esistente tra la violazione del termine del procedimento e il compimento di scelte negoziali pregiudizievoli che non avrebbe altrimenti posto in essere”. Sotto il profilo del ritardo, occorre, affinchè sia esistente, che vi sia un obbligo dell’amministrazione di provvedere entro un termine definito dalla legge a fronte di una fondata posizione di interesse legittimo del privato ad ottenere il provvedimento tardivamente emanato. E tale obbligo di provvedere sussiste, ai sensi del comma 1 dell’art. 2, L. n. 241 del 1990, laddove vi sia un obbligo di procedere entro un termine definito (“ove il provvedimento consegua obbligatoriamente ad un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio . . .”), e, dunque, anche nei casi in cui il procedimento debba essere avviato di ufficio (con conseguente obbligo di concluderlo). Ciò detto, il Consiglio di Stato ha, tuttavia, ritenuto non sussistere, nel caso concreto, tutti i presupposti a fondamento della domanda risarcitoria (non essendovi, in particolare, nell’ordinamento una norma specifica che imponeva alla Pubblica Amministrazione un termine per l’avvio obbligatorio del procedimento volto all’individuazione dei titolari di comando – e, dunque, non essendovi un termine per la sua conclusione), che, quindi, è stata respinta.

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