Con l’ordinanza del 7 febbraio 2022 n. 3695, la Corte di Cassazione si è occupata di un caso di acquisto di un bene (in particolare si trattava di un’autovettura) che si è rivelato non idoneo all’uso a cui era destinato e delle tutele previste per l’acquirente, nel caso sia un “consumatore”.

IL CONSUMATORE.

Si ricorda, innanzitutto, che  “consumatore” è definito dal Codice del consumo la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta.

I PRINCIPI AFFERMATI DALLA CORTE DI CASSAZIONE.

La Corte ha affermato alcuni principi che è bene conoscere.

La preferenza al Codice del Consumo.

Ha, in primo luogo, ricordato che, nel nostro ordinamento, il contratto di compravendita è regolato sia dal codice civile che dal c.d. Codice del consumo (d.lgs.206/2005).

Ha aggiunto che il nostro legislatore ha dato  preferenza della disciplina del Codice di consumo rispetto al codice civile, ritenuto sussidiario.

I termini.

La Corte ha, poi, ricordato i punti fondamentali della disciplina del Codice del consumo rilevanti per la vicenda:

·       il venditore è responsabile nei confronti del compratore per qualsiasi vizio del bene venduto che si manifesti entro i due anni dalla consegna;

·       il consumatore  deve denunciare (cioè comunicare, far conoscere) il vizio al venditore entro due mesi dalla scoperta del vizio. La denuncia “può essere fatta con qualunque mezzo che in concreto si riveli idoneo a portare a conoscenza del venditore”;

·       si presume che i vizi manifestati entro sei mesi dalla consegna del bene fossero presenti già al momento della consegna. In questo caso, il compratore dovrà solo affermare l’esistenza del vizio, mentre il venditore avrà il compito di dimostrare l’idoneità del bene al momento della consegna, se vuole sottrarsi alla responsabilità.

Le tutele a disposizione del consumatore.

La Corte ha, infine, riportato le tutele fondamentali a disposizione del consumatore-compratore nel caso di vizi del bene acquistato, secondo una gerarchia che il consumatore, nel rivolgere le sue domande al venditore, deve rispettare:

1.    il consumatore può richiedere, in un primo momento, a sua scelta, la sostituzione o la riparazione del bene (rimedi primari). La sostituzione o riparazione del bene devono avvenire senza spese per il consumatore, entro un tempo ragionevole e non devono provocargli inconvenienti;

2.    in un secondo momento, se la riparazione o sostituzione sono impossibili o troppo onerose, se il tempo congruo per la riparazione e sostituzione del bene è scaduto senza che il venditore abbia provveduto, se la riparazione o sostituzione gli hanno recato inconvenienti notevoli, il compratore può chiedere, sempre a sua scelta, o una congrua riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto, pur in presenza di un vizio lieve (rimedi secondari).

 

– Questo contributo è stato realizzato con la collaborazione di Francesca C., studentessa in alternanza scuola-lavoro nel mese di marzo 2022 –

 

 

 

La responsabilità civile per esercizio di attività pericolose (art. 2050 cod.civ.) è stata introdotta in Italia per la prima volta nel codice civile del 1942 e, insieme ad altre ipotesi particolari di responsabilità, ha una disciplina speciale rispetto alla responsabilità civile generale di cui all’art.2043 codice civile.

La specialità – ed il motivo per cui è importante conoscerne la disciplina – riguarda soprattutto l’onere della prova posto a carico dell’esercente l’attività: nel caso di esercizio di attività pericolose la responsabilità dell’esercente l’attività, infatti, si presume salvo che non sia lui a dare la prova liberatoria da una sua responsabilità, mentre nella responsabilità civile generale il danneggiato deve provare anche l’esistenza dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa del danneggiante.

La responsabilità per esercizio di attività pericolose ha trovato, in passato, applicazione nella giurisprudenza in numerosi settori, dall’attività edilizia all’attività di produzione e distribuzione di gas in bombole, dalle attività sportive all’attività medica e farmaceutica, dalla navigazione aerea e marittima alla gestione di reti elettriche. 

Vediamone alcune caratteristiche.

La disciplina è contenuta  nell’art.2050 codice civile, che prevede: “Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”.

COSA SI INTENDE PER “ATTIVITA’ PERICOLOSA”?

Con la parola attività pericolosa, l’art.2050 c.c. fa riferimento:

– alle attività pericolose tipiche (ad esempio quelle elencate nel Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza, nel suo regolamento, nelle leggi speciali, …)

– ad attività pericolose atipiche, ossia attività da considerarsi tali in base ad un’indagine svolta caso per caso, potenzialmente dannose per l’alta probabilità di causare sinistri per la loro natura o per la natura dei mezzi usati. Per valutare se un’attività rientra in questa categoria, si può fare riferimento a due criteri: la quantità di danni usualmente provocati e la gravità e entità dei danni minacciati.

La Corte di Cassazione ha, in passato, precisato che “Costituiscono attività pericolose ai sensi dell’’art.2050 c.c. non solo le attività che tali sono qualificate dalla legge di pubblica sicurezza o da altre leggi speciali, ma anche le diverse attività che comportino la rilevante probabilità del verificarsi del danno, per la loro stessa natura e per le caratteristiche dei mezzi usati, non solo nel caso di danno che sia conseguenza di un’azione, ma anche nell’ipotesi di danno derivato da omissione di cautele che in concreto sarebbe stato necessario adottare in relazione alla natura dell’attività esercitata alla stregua delle norme di comune diligenza e prudenza” (Cass. 10.2.2003, n.1954).

 

IL DANNO DEVE ESSERE COLLEGATO ALL’ATTIVITÀ’ PERICOLOSA CON UN NESSO DI CAUSA

Affinchè sorga questa responsabilità, il danno verificatosi deve essere collegato all’attività pericolosa da un nesso di causa

La prova del nesso di causa tra il danno e l’attività deve essere data dal danneggiato

Il nesso di causa viene interrotto – e, dunque, il danno non è riferibile all’attività pericolosa – solo se il danno viene causato non direttamente dall’attività pericolosa, ma: 

– da un fatto dello stesso danneggiato; 

– da un fatto di un terzo; 

– o da un altro fatto estraneo all’esercente l’attività.

La Corte di Cassazione ha, ad esempio, di recente escluso l’esistenza del nesso di causa – e, dunque, la responsabilità dell’esercente l’attività – tra la condotta dei produttori e distributori di sigarette ed il danno derivato alla persona in conseguenza del fumo (c.d. danno da fumo attivo).  In particolare, ha ritenuto che lacircostanza che la vittima, usando l’ordinaria diligenza, avrebbe potuto evitare la condizione di dipendenza irreversibile da fumo, integrava un caso di fatto proprio del danneggiato, che poteva imputare il danno subito solo a sè (Cass. 21.1.2020, n. 1165).

Ancora più di recente, la Corte di Cassazione si è pronunciata in un caso di consegna di una cosa pericolosa dal produttore ad un’altra persona ed ha ritenuto  che, dal momento della consegna in poi,  la presunzione di responsabilità si trasferisca in generale a quest’ultima: dal momento in cui il produttore di una cosa in sé pericolosa, la consegni ad altra persona che la utilizzi autonomamente in un’attività da cui derivi un danno a terzi, il consegnatario assume un distinto potere di disposizione e si trasferiscono a suo carico i doveri di custodia, di sorveglianza e di prudenza; pertanto, la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2050 c.c. non grava più sul produttore, di cui è cessata ogni attività, ma sul consegnatario, al quale, in caso di sinistro, spetta l’onere di dimostrare che l’evento dannoso si è verificato per caso fortuito ovvero per un vizio intrinseco della cosa, addebitabile unicamente al costruttore (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso la responsabilità del venditore del gas utilizzato dall’acquirente per il collaudo di una caldaia, realizzata in esecuzione di un appalto affidatogli da un terzo, la quale era esplosa provocando la morte del committente)”  (Cass. Ord.09.2021 n.26236).

LA PROVA LIBERATORIA.

            L’art.2050 cod.civ. prevede che è esclusa la responsabilità dell’esercente l’attività se prova di “avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”.

            La prova è a carico dell’esercente l’attività e non consiste solo nella prova negativa di non avere commesso violazioni di norme di legge o di comune prudenza, ma nella prova positiva di avere impiegato ogni cura o misura per impedire il danno. 

La scelta delle misure più adatte da adottare è rimessa alla discrezionalità dell’esercente l’attività(da esercitare facendo uso della normale prudenza e tenendo conto dello sviluppo della tecnica e delle condizioni pratiche in cui l’attività si svolge) sempre che non sia la legge stessa ad imporre l’obbligo di adottare talune misure. In quest’ultimo caso, se l’esercente l’attività ha adottato misure diverse da quelle prescritte da norme legislative o regolamentari, non  c’è possibilità di valutare l’idoneità di quelle, diverse, eventualmente adottate (Cass. 24.11.2003, n. 17851: principio affermato in riferimento a fattispecie di lavori stradali eseguiti su di un marciapiedi senza l’adozione di cartelli di pericolo e di appositi ripari, come stabilita dall’art. 8 lett b) D.R.P. n. 393 del 1959, vigente all’epoca dei fatti).

QUALCHE CASO.

La responsabilità per l’esercizio di attività pericolosa ha trovato applicazione, nella giurisprudenza, in vari settori, quali:

·      attività edilizia“l’attività edilizia, massimamente quando comporti rilevanti opere di trasformazione o di rivolgimento o di spostamento di masse terrose e scavi profondi ed interessanti vaste aree, non può non essere considerata attività pericolosa ai fini indicati da detta norma.” (Cass. 10.2.2003, n.1954)

·      gas, bombole e carburante: “L’ industria della produzione e della distribuzione di gas in bombole costituisce attività pericolosa. L’ ente o la persona che provvede alla raccolta o produzione di gas ed alla distribuzione delle bombole ripiene agli utenti è, nell’ esercizio della sua attività, soggetto alla responsabilità ex art. 2050 c.c., in riferimento a tutti gli eventi dannosi che abbiano a verificarsi in pendenza o in occasione dell’ uso del gas e che possano comunque collegarsi alle operazioni compiute dall’ ente o dalla persona predetti. Il pericolo delle esplosioni perdura anche dopo le operazioni di riempimento delle bombole e cioè quando queste, che rimangono sempre di proprietà dell’ imprenditore, vengono messe in commercio, distribuite e consegnate alla clientela per essere usate.”  (Cass. n.1595/1969)

·      attività sportive: ad esempio, “L’organizzazione di una gara motociclistica su circuito aperto al traffico (anche se di regolarità) è un’attività alla quale è applicabile l’art.2050 c.c.” (Cass. 24.1.2000, n.749); o ancora la Corte di Cassazione ha ritenuto esserci “la responsabilità ex art. 2050 c. c., dell’ente gestore di un parco di divertimenti, per le lesioni subite da due persone che avevano preso posto su un <bob>, fuoriuscito dalla pista di discesa, avendo ritenuto una intrinseca pericolosità sia in relazione alla conformazione ed alle curve del tracciato, sia alla velocità del mezzo ed alla sua struttura” (Cass. 27.7.1990, n.7571)

·      attività farmaceutica: “la produzione e l’immissione in commercio di farmaci, contenenti gammaglobuline umane e destinati all’inoculazione nell’organismo umano, costituisce attività dotata di potenziale nocività intrinseca, stante il rischio di contagio del virus della epatite di tipo B, non espressamente previsto dalla normativa riguardante gli emoderivati, ma tuttavia compreso nell’ampia prevenzione stabilita da dette disposizioni” (Cass. 20.7.1993, n.8069)

·      attività diretta alla produzione ed alla somministrazione dell’energia elettrica ad alta (Cass. n.537/1982), media e bassa tensione (Cass.389/1997). Di recente, anche Tribunale di Teramo, sent. 13.1.2022, n.21 in un caso di danni a terzi causati da Enel Distribuzione nello svolgimento dell’attività di gestione di una linea elettrica

·      ma anche in relazione a numerose altre attività: dall’attività di esercizio di una gru all’attività mineraria, dalla produzione di rifiuti tossici al carico e scarico di una nave cisterna, …

 

L’elenco non è esaustivo, sono solo alcuni esempi per dare qualche spunto di riflessione, la casistica è ampia e la responsabilità a carico dell’esercente l’attività può essere molto gravosa.

– Questo contributo è pubblicato anche nella sezione riservata contributi dei partner di Partner24ORE, il network di professionisti e aziende specializzate del Gruppo Sole24ORE –

 

Il soggetto che ha ricoperto per un certo periodo il ruolo di legale rappresentante di un’associazione non riconosciuta è responsabile solidalmente con l’associazione dei debiti tributari dell’ente per tutto il periodo in cui ha ricoperto la carica. La responsabilità dell’ente per i debiti tributari sorge per legge al verificarsi del presupposto e si estende al legale rappresentante sia per i tributi non versati sia per le relative sanzioni e interessi.

LA VICENDA.

La Corte si è pronunciata all’esito di un giudizio di opposizione proposto da una signora, legale rappresentante di un’associazione non riconosciuta, verso una cartella di pagamento di tributi non versati per quasi 350.000,00 euro. La cartella era stata notificata all’associazione quale obbligata principale ed a lei quale rappresentante legale dell’associazione, in qualità, dunque, di coobbligata solidale.

La rappresentante legale era stata individuata, in base alla carica formalmente rivestita per l’associazione, quale corresponsabile in forza degli articoli 36 e 38 codice civile. Quest’ultimo articolo, in particolare, disciplina la responsabilità per le obbligazioni assunte dalle associazioni non riconosciute e prevede che: “Per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione i terzi possono fare valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione”.

La contribuente si era opposta alla cartella di pagamento, eccependo che l’Ufficio impositore non aveva dimostrato la sua effettiva attività di gestione dell’associazione e che, dunque, non poteva essere ritenuta responsabile personalmente dei debiti tributari.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha respinto la difesa della signora e confermato la correttezza della pretesa tributaria nei suoi confronti. 

I PRECEDENTI RICHIAMATI.

 La Corte ha, innanzitutto, richiamato un suo precedente (sent. 22861 del 26.9.2018), a cui si è in quest’ultima pronuncia conformata, in cui aveva ritenuto il legale rappresentante di un’associazione sportiva dilettantistica responsabile solidalmente con l’associazione per omesso versamento delle imposte. 

In quel caso, la Corte aveva affermato che la responsabilità personale e solidale del legale rappresentante per i debiti tributari si doveva ricollegare non tanto all’effettiva gestione dell’ente da parte sua, ma al corretto adempimento degli obblighi tributari su di lui incombenti. In concreto, si doveva, dunque, accertare se il rappresentante, pur non essendosi ingerito nell’attività negoziale dell’associazione, abbia adempiuto agli obblighi tributari. Solo nel caso di corretto adempimento degli obblighi tributari, avrebbe potuto andare esente da corresponsabilità.

 I PRINCIPI AFFERMATI.

 La Corte, nel caso affrontato nell’ordinanza del 1 febbraio, ha ribadito il suo orientamento e ha ritenuto che:

–    deve essere chiamato a rispondere dei debiti tributari dell’associazione non riconosciuta “solidalmente, tanto per le sanzioni pecuniarie quanto per i tributi non corrisposti, il soggetto che, in forza del ruolo (di diritto) formalmente rivestito nell’ente, abbia diretto la complessiva gestione nel periodo di imposta considerato;

“il rappresentante legale di un’associazione non riconosciuta non può, infatti, andare esente, a fini fiscali, da responsabilità solidale con l’ente semplicemente affermando la sua mancata ingerenza nella concreta gestione del medesimo. Egli, infatti, è, per legge (la rappresentanza fiscale dell’ente spetta, per definizione, al legale rappresentante ex art.36 codice civile), il soggetto passivo di imposta, cosicchè, quand’anche non si sia ingerito nell’attività dell’ente, egli comunque resta condebitore verso il fisco, a meno che non dimostri di aver assolto agli adempimenti tributari”.

 

Pertanto, secondo la Corte di Cassazione, il rappresentante legale dell’Associazione non riconosciuta, che non aveva provveduto a versare i tributi dovuti e non aveva dato prova del corretto adempimento di tutti gli obblighi fiscali posti a carico dell’associazione, va ritenuto responsabile solidalmente con l’ente dell’ inadempimento ed è tenuto al versamento.

 

Nel caso in cui due soggetti abbiano sottoscritto un patto di non concorrenza, la parte che lo ha violato deve risarcire il danno subito dall’altra parte. Il danno può essere provato anche ricorrendo a presunzioni e può essere quantificato dal Giudice in via equitativa.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n.2824 depositata il 31.1.2022, ha affermato questo principio e ha condannato i responsabili della violazione al versamento della somma di € 60.000,00 in favore della società che aveva dovuto subire la violazione del patto di non concorrenza, sottoscritto in occasione dell’uscita dalla società dei soci, resisi responsabili della violazione.

 

 

LA VICENDA.

In occasione dell’uscita di due soci da una società, la società e i soci uscenti avevano sottoscritto un patto di non concorrenza, con cui i due soci uscenti si erano impegnati a non avviare il medesimo esercizio commerciale (bar e pasticceria), per quanto riguarda il bar, entro una distanza di due chilometri e, per quanto riguarda la pasticceria, nella medesima provincia.

I due soci usciti dalla società avevano, tuttavia, aperto un nuovo esercizio commerciale in prossimità del precedente, così violando il patto di non concorrenza sottoscritto.

La società ha agito, così, in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni per violazione del patto di non concorrenza.

I PRINCIPI AFFERMATI DALLA CORTE DI CASSAZIONE.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 31.1 scorso, ha confermato la fondatezza della domanda di risarcimento dei danni e ha ricordato alcuni principi in argomento:

– il danno da violazione del patto di non concorrenza può essere provato anche con presunzioni, come nel caso affrontato di prossimità dei due esercizi commerciali: la prossimità dei due esercizi commerciali lascia presumere la sottrazione di clientela;

– il danno da violazione del patto di non concorrenza può consistere sia nella contrazione del fatturato sia nella riduzione del potenziale di vendita;

– per quantificare il danno, si può utilizzare anche il criterio equitativo, previsto dagli art. 1226 e 2056 codice civile. Nel caso affrontato, i Giudici, per la liquidazione equitativa, hanno fatto riferimento al parametro dato dal valore dell’ avviamento aziendale concordato in sede di uscita dalla società, ridotto vista la sottrazione solo parziale dell’avviamento, e moltiplicato per tre anni

 

Gli impianti hanno riaperto e si avvicinano le vacanze, durante le quali tanti appassionati andranno in montagna a sciare.

Bene sapere che il 1 gennaio 2022 entrano in vigore le nuove norme sulla sicurezza sulle piste da sci (d.lgs. 41/2021).

Il decreto contiene regole per i gestori delle piste da sci, ma anche norme di comportamento per gli utenti delle aree sciabili.

Sono varie le novità introdotte per gli sciatori di interesse generale. Queste, in sintesi, le principali:

·        casco protettivo omologato obbligatorio per gli under 18 (pena una sanzione pecuniaria da 100,00 a 150,00 euro)

·        vengono espressamente regolate la velocità e l’obbligo di prudenza, pena la responsabilità espressa dello sciatore che non rispetti le norme di condotta, tra cui:

o   conoscere e rispettare le disposizioni previste per l’uso delle piste;

o   tenere una condotta che, in relazione alle proprie capacità tecniche, alle caratteristiche della pista e alla situazione ambientale, non costituisca pericolo per l’incolumità propria e altrui;

o   moderare la velocità soprattutto nei tratti a visuale non libera, in prossimità di fabbricati od ostacoli, negli incroci, nelle biforcazioni, in caso di nebbia, di foschia, di scarsa visibilità o di affollamento, nelle strettoie e in presenza di principianti;

o   ogni sciatore, snowboarder e utente del telemark, può praticare le piste aventi un grado di difficoltà rapportato alle proprie capacità fisiche e tecniche;

·        vengono, poi, regolati espressamente:

o    la precedenza (lo sciatore a monte deve mantenere una direzione che gli consenta di evitare collisioni, interferenze e pericoli con lo sciatore a valle);

o   il sorpasso (lo sciatore che intende sorpassare un altro sciatore deve assicurarsi di disporre di uno spazio sufficiente allo scopo e di avere sufficiente visibilità);

o   gli incroci (gli sciatori devono modificare la propria traiettoria e ridurre la velocità per evitare ogni contatto con gli sciatori che giungono da altra direzione o da altra pista e quando si immettono su una pista o ripartono dopo una sosta devono assicurarsi di poterlo fare senza pericolo per sé o per gli altri.);

o   lo stazionamento (gli sciatori che sostano devono evitare pericoli per gli altri utenti e portarsi sui bordi della pista; sono tenuti a non fermarsi nei passaggi obbligati, in prossimità dei dossi o in luoghi senza visibilità; in caso di cadute o di incidenti, gli sciatori devono liberare tempestivamente la pista portandosi ai margini di essa; chiunque deve segnalare la presenza di un infortunato con mezzi idonei; durante la sosta presso rifugi o altre zone gli sciatori collocano la propria attrezzatura fuori dal piano sciabile, in modo da non recare intralcio o pericolo ad altri;

o   il transito e la risalita: è vietato percorrere a piedi e con le racchette da neve le piste da sci, salvo in casi di urgente necessità; la risalita della pista con gli sci ai piedi e l’utilizzo delle racchette da neve, o con qualsiasi altro mezzo, sono normalmente vietati, salvo alcune ipotesi speciali

·        è sanzionata espressamente l’omissione di soccorso, che, fuori dai casi in cui il comportamento costituisca anche reato, prevede che venga inflitta una sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 250 euro a 1.000 euro a chiunque nella pratica dello sci o di altro sport della neve, trovando una persona in difficoltà non presta l’assistenza occorrente, ovvero non comunica immediatamente al gestore, presso qualunque stazione di chiamata, l’avvenuto incidente

·        è prevista una presunzione di corresponsabilità nel caso di scontro tra sciatori: nel caso di scontro tra sciatori, si presume, fino a prova contraria, che ciascuno di essi abbia concorso ugualmente a produrre i danni eventualmente occorsi;

·        lo sciatore che intenda utilizzare le piste deve avere un’assicurazione obbligatoria in corso di validità che copra la propria responsabilità civile per danni o infortuni causati a terzi (polizza che il gestore delle aree sciabili attrezzate, con esclusione di quelle riservate allo sci di fondo, deve obbligatoriamente mettere a disposizione degli utenti, all’atto dell’acquisto del titolo di transito). In caso di violazione è prevista una multa da 100,00 a 150,00 euro e il ritiro dello skipass;

·        è vietato sciare in stato di ebbrezza in conseguenza di uso di bevande alcoliche e di sostanze tossicologiche (violazione punita con sanzioni pecuniarie)

Il decreto contiene anche previsioni espresse a favore delle persone con disabilità, relative all’accompagnamento, alla loro individuazione e all’uso del casco. E’ poi previsto il diritto di precedenza in fase di risalita con impianti sugli sciatori normodotati e l’obbligo per gli sciatori normodotati in fase di discesa di riservare alle persone con disabilità particolare attenzione, salvaguardandone gli spazi di percorso e le traiettorie di discesa.

La conoscenza e il rispetto delle regole consentirà sicuramente a tutti di divertirsi in maniera sicura e di godersi al meglio uno dei nostri sport invernali preferiti.

 

La società appaltatrice di lavori stradali è responsabile per i danni subiti da un pedone, caduto, mentre attraversa la strada, a causa delle buche presenti e causate dai lavori di scavo in corso.

Così si è pronunciata la Corte di Cassazione, con la sentenza n.36639 del 25 novembre 2021, con cui ha accolto la domanda di risarcimento dei danni proposta da una signora, in conseguenza di una frattura riportata all’esito di una caduta.

In particolare, mentre attraversava a piedi la strada, era caduta a terra per le buche presenti e causate dai lavori di scavo in corso, non essendo state “approntate le cautele e gli accorgimenti opportuni per il passaggio dei pedoni (non vi erano in loco delle passerelle)”. La signora aveva riportato, a seguito della caduta, un’invalidità permanente.

Agiva, così, in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni contro il Comune, proprietario della strada, che a sua volta chiamava in garanzia il Consorzio affidatario dei lavori in corso al momento dell’incidente della signora.

Il Consorzio, tuttavia, aveva a sua volta affidato i lavori a una ditta terza sub-appaltatrice, che, informata della causa, interveniva spontaneamente in giudizio.

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 25 novembre scorso, ha affermato la responsabilità per il risarcimento dei danni della società terza, sub-appaltatrice, quale effettiva esecutrice dei lavori e responsabile della custodia del cantiere, in applicazione dell’art.2051 codice civile (responsabilità da cose in custodia).

La Corte ha ritenuto che vi fosse responsabilità automatica diretta della società terza verso la signora, anche in mancanza di una sua espressa e diretta domanda (che era stata rivolta solo contro il Comune), dovendosi la domanda della danneggiata estendere automaticamente alla società terza effettiva responsabile della custodia.