Un’impresa, un Ente, un qualsiasi soggetto giuridico, pubblico o privato, potrebbe essere ritenuto responsabile (oppure, al contrario, potrebbe dover agire per ottenere ristoro) dei danni causati dalle cose che ha in custodia (o che siano nella custodia di un altro soggetto, se è il soggetto danneggiato), indipendentemente dall’esistenza di un rapporto precedente e da profili di dolo o colpa di un determinato comportamento.

Il nostro ordinamento prevede, infatti, la c.d. responsabilità extracontrattuale da cose in custodia, che si fonda semplicemente su una relazione di c.d. “custodia” intercorrente tra un soggetto (Impresa, Ente, privato, chiunque) e una cosa che ha creato un danno a un altro soggetto.

Nella fattispecie di responsabilità di cui stiamo parlando siamo fuori da un rapporto contrattuale tra due soggetti e siamo nel campo della responsabilità civile extracontrattuale (fermo restando che potrebbero in alcuni casi configurarsi, invece, ipotesi di responsabilità contrattuali, quando i danni derivino dalla violazione di obblighi di custodia derivanti da un precedente contratto tra le parti).

La norma di riferimento per la responsabilità civile da cose in custodia è l’art.2051 codice civile, che così prevede: “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”. Percorriamone alcuni tratti caratteristici, usando come filo conduttore la giurisprudenza più recente pronunciatasi in quest’ultimo anno sull’argomento.

A COSA CI SI RIFERISCE CON LA NOZIONE DI “COSA”?

Nel concetto di “cosa” in custodia si fa rientrare qualsiasi elemento, mobile o immobile, pericoloso o meno (non essendo la pericolosità intrinseca della cosa un elemento costitutivo della responsabilità).

La cosa deve avere provocato il danno, non essere stata semplicemente l’occasione per produrlo.

CHI E’ IL “CUSTODE”?

“Custode” è, secondo la giurisprudenza, chi ha un effettivo potere fisico sulla cosa, chi ha la disponibilità di fatto e giuridica della stessa, chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa.

Può essere il proprietario, il possessore, il detentore qualificato. Custodi possono essere anche più soggetti contemporaneamente quando la custodia faccia capo a più soggetti allo stesso titolo a titoli diversi, che comportino la coesistenza di poteri di gestione e di ingerenza sul bene..

La norma ha trovato applicazione, nel tempo, nei più diversi settori e a carico di diversi soggetti operanti in differenti ambiti, dalla PA al proprietario-locatore, dalle società concessionarie del servizio di smaltimento rifiuti ai proprietari fondiari, dal vettore al responsabile di attrezzature sportive, dal gestore di una rete ferroviaria ad un consorzio di bonifica che abbia eseguito lavori di manutenzione.

Secondo qualche recente sentenza di quest’ultimo anno, ad esempio: è custode il condominio rispetto ai beni e servizi comuni (Cass. 7.7.2021, n. 19253); è custode il Comune rispetto alla strada che percorre il suo abitato in forza della presunzione di demanialità (Cass.6.10.2021, n.27054); resta custode verso i terzi anche il committente di un contratto di appalto, perché la consegna del bene all’appaltatore non fa venir meno il dovere di custodia e di vigilanza gravante sul committente (Cass. 17.3.2021, n.7553; Cass. 16.7.2021, n. 20322 in un caso di Condominio committente per i danni cagionati dall’impresa appaltatrice alla proprietà di un condomino; Cass. 17.3.2021, n. 7553 in un caso di committente Ente pubblico per danni a un immobile di terzi causati dall’ appaltatore); gli enti e le società proprietarie o concessionarie delle strade e autostrade sia con riferimento alla carreggiata ma anche rispetto ai margini della carreggiata ed altresì più ampiamente ai margini, agli elementi accessori e alle pertinenze, anche inerti (Cass. 9.7.2021, n.19610; e anche Cass. ord.7.5.2021, n.12166).

Il comportamento del custode è, poi, estraneo alla responsabilità, perché il fondamento della sua responsabilità è indipendente dal suo comportamento ed è solo nel rischio che grava su di lui per i danni prodotti dalla cosa.

La colpa o l’assenza di colpa del custode rimane, così, del tutto irrilevante ai fini dell’affermazione della sua responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. (Cass. 24.3.2021, n. 8216).

LA PROVA DEL NESSO DI CAUSA.

Ciò che conta ai fini dell’imputazione di responsabilità al custode è che il danneggiato riesca a dare la prova del nesso di causa tra il danno subito e la cosa in custodia (Cass. 17.5.2021, n. 13169; Tribunale di Frosinone, 9.8.2021, n.793).

La prova del nesso di causa grava necessariamente sull’attore-danneggiato e non va intesa solo quale dimostrazione dell’evento dannoso, ma quale prova che il danno è stato determinato dalla cosa in custodia (Cass. 24.3.2021, n. 8216).

Così, ad esempio, è stato escluso il risarcimento al danneggiato che non fornisce adeguata prova del nesso di causalità fra la caduta e il pavimento antistante il vano cabinato dell’ascensore sul quale giacevano chiazze di sostanze oleose (Tribunale di Castrovillari sentenza 5.8. 2021).

L’unico modo che il custode ha, in questa situazione, per liberarsi dalla responsabilità, è provare l’esistenza di un c.d. “caso fortuito” interruttivo del nesso di causa.

IL CASO FORTUITO CHE INTERROMPE IL NESSO DI CAUSA.

La responsabilità del custode è, dunque, esclusa solo se il custode prova il c.d. “caso fortuito”, ossia che il danno subito dal terzo è stato causato da un evento riconducibile alle ipotesi di c.d. “caso fortuito”. L’onere della prova del caso fortuito grava sul custode (Cass. 17.5.2021, n. 13169).

Il caso fortuito riguarda non un comportamento del responsabile, ma le modalità di causazione del danno ed in particolare il profilo della causa che ha provocato il danno.

Il caso fortuito deve essere imprevedibile ed eccezionale e deve essere inteso in senso molto ampio, ossia ricomprendente ogni fattore esterno con carattere di eccezionalità e imprevedibilità, idoneo a interrompere il nesso di causa e quindi ad escludere la responsabilità extracontrattuale.

Possono venire ritenuti caso fortuito anche il fatto naturale (la c.d. forza maggiore) e il fatto del terzo

Ma anche il fatto dello stesso danneggiato, purché tale fatto sia la causa esclusiva del danno. In merito, ad esempio, la giurisprudenza più recente ha affermato che “l’ente proprietario di una strada si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto” (Cass. 13.1.2021, n.456).

Nel valutare se il comportamento del danneggiato è idoneo a costituire un caso fortuito e  escludere la responsabilità del custode si deve fare “una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost.; sicchè, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro” (Cass. 17.5.2021, n. 13169).

O ancora, in materia di condominio di edifici, in relazione a danni derivanti dal lastrico solare in proprietà esclusiva, è stata esclusa la responsabilità concorrente del Condominio e ritenuta la responsabilità esclusiva del danneggiato-proprietario esclusivo del lastrico solare ex art.2051 c.c. in un caso di danni da infiltrazioni cagionati dal lastrico solare o dalla terrazza a livello di uso esclusivo, imputabili non alla omissione di riparazioni del bene, ma a difetti di progettazione o di esecuzione dell’opera indebitamente tollerati dal singolo proprietario (Cass.8.7.2021, n. 19556). Mentre, è stata ritenuta la responsabilità concorrente del Condominio con quella del proprietario esclusivo del lastrico solare, in un caso in cui i danni erano derivati dall’omessa manutenzione delle cose comuni gravanti su tutto il condominio (Cass. 11.3.2021, n.6816).

E’ sempre a carico del custode, poi, l’onere della prova dell’esistenza di un caso fortuito idoneo a escludere la sua responsabilità: “In tema di responsabilità dell’Ente custode della strada per il danno cagionato al pedone caduto a causa del manto stradale dissestato, è sempre onere della Pubblica Amministrazione dimostrare adeguatamente il caso fortuito, non potendo ritenere sufficiente, quale prova positiva dell’inevitabilità e imprevedibilità del danno, il fatto che fossero state posizionate idonei cartelli annuncianti l’inizio imminente di lavori. Queste segnaletiche, infatti, sono del tutto diverse e non correlate alla situazione del manto stradale che, in virtù della valutazione ex ante compiuta dal Comune, avrebbe dovuto essere considerata causa potenziale di cadute accidentali e oggetto di adeguati rimedi apprestati dall’Ente.” (Cass. 29.1.2021, n.2149).

Così, se la causa resta ignota, il danno resta a carico del custode, in quanto non idoneo ad eliminare il dubbio sullo svolgimento del fatto (Tribunale di Milano, sentenza 8.9.2021, n. 7153).

 

– Questo contributo è pubblicato anche nella sezione riservata contributi dei partner di Partner24ORE, il network di professionisti e aziende specializzate del Gruppo Sole24ORE –

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n.6268 del 13.9.2021 ha dettato alcuni principi per la risarcibilità del danno da perdita di chance nel settore dei contratti pubblici.

LA VICENDA.

 

Una Pubblica Amministrazione decideva di prorogare, per la terza volta, le concessioni in corso, omettendo di svolgere una gara pubblica.

Un Consorzio di imprese del settore, ritenendo la decisione illegittima, la impugnava, chiedendo l’annullamento della proroga e la condanna della PA al risarcimento del danno per la perdita di “chance”.

In particolare, il Consorzio contestava che l’operato della PA gli aveva impedito di concorrere per l’affidamento della concessione sulla base di una gara, privandolo così della chance di ottenere il contratto.

 

IL DANNO DA PERDITA DI CHANCE

 

Nel campo del diritto amministrativo la lesione della “chance” viene invocata per riconoscere una tutela a quelle aspettative andate irrimediabilmente deluse a causa dell’illegittimità di un procedimento amministrativo.

 

La chance è un’ipotesi di danno solo “ipotetico”, in cui non si può sapere se si sarebbe o meno ottenuto un certo vantaggio.

L’interessato leso ha, così, interesse ad avere il controvalore della sola possibilità, di cui è stato privato, di avere questo vantaggio: il danno da perdita di chance compensa la possibilità di conseguire un determinato risultato.

 

Il Consiglio di Stato ha anche precisato che questa responsabilità per danni conseguenti alla violazione delle norme in materia di aggiudicazione di appalti pubblici non richiede la prova dell’elemento soggettivo della colpa.

 

LA QUANTIFICAZIONE DEL DANNO

 

Il Consiglio di Stato ha affermato che, al fine della liquidazione del danno da perdita della chance, si poteva ricorrere a una valutazione equitativa del danno, ai sensi dell’art. 1226 c.c., perché è impossibile formulare una prognosi sull’esito di una procedura comparativa mai svolta e quindi fornire una precisa prova sull’ammontare del danno.

 

Per misurare in modo equitativo questo “controvalore” economico si deve fare ricorso alla tecnica probabilistica. E’ cioè necessario che, per raggiungere la soglia dell’”ingiustizia”, la chance perduta sia “seria”. A tal fine va verificato che:

1.      la perdita della possibilità di risultato utile sia effettivamente imputabile alla condotta illegittima della PA;

2.      al fine di non riconoscere valore giuridico a ‘chance’ del tutto accidentali, che la possibilità di realizzazione del risultato utile rientri nel contenuto protettivo delle norme violate.

 

Nel caso di specie, tenuto conto della limitata durata della proroga e presumendo che l’impresa abbia riutilizzato mezzi e manodopera per altri lavori (o avrebbe potuto riutilizzare, usando l’ordinaria diligenza dovuta al fine di non concorrere all’aggravamento del danno), il danno è stato quantificato da Consiglio di Stato in via equitativa in € 60.000,00, ossia in misura non superiore al 10% circa dell’utile astrattamente ritraibile dall’affidamento in parola.

 

Il primo a usare in Italia la parola concorrenza (dal latino concurrere – cum currere – cioè correre insieme), nel significato competitivo attribuito dagli economisti di gara tra soggetti, è stato, alla fine del Quattrocento, il predicatore Girolamo Savonarola.[1]

Da allora, la concorrenza tra imprese è diventata uno dei cardini delle economie di mercato ed è una forma di manifestazione della libertà di iniziativa economica privata, cui è ispirato il nostro ordinamento giuridico, nazionale e internazionale.

Come tutte le libertà, tuttavia, trova delle limitazioni, che possono essere legali (es. per fini di utilità sociali ex art.41 Cost.) o negoziali (nel caso di patto di non concorrenza), ma soprattutto, per quanto ci interessa qui, ha una sua disciplina, che ne detta le regole.

In particolare, i limiti della concorrenza – che, da attività in sé lecita, può diventare patologica e, a quel punto, “sleale” – sono definiti dall’art.2598 codice civile, che è un’applicazione nel campo della concorrenza del dovere generale di non causare ad altri un danno ingiusto (previsto dall’art.2043 codice civile).

LE IPOTESI TIPICHE E LA CLAUSOLA GENERALE.

La norma – fatte salve, comunque, se ne ricorressero i presupposti, le disposizioni specifiche sulla tutela dei segni distintivi e dei brevetti – individua due ipotesi tipiche di atti di concorrenza sleale (n. 1 e 2) e una clausola generale (n.3):

1) concorrenza sleale per confusione (l’adozione di nomi e segni altrui e l’imitazione servile): è il comportamento di chi “usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente”. E’ un illecito di pericolo, essendo sufficiente il pericolo che una certa condotta crei confusione, ovvero “la potenziale confondibilità fra i prodotti o servizi offerti da un concorrente e quelli offerti da un altro”[2]

2) concorrenza sleale per denigrazione e comparazione, ossia il comportamento di chi “diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente”. La giurisprudenza è molto severa nella valutazione della slealtà del comportamento concorrenziale, avendo elaborato criteri di valutazione molto restrittivi (“richiedendo che le notizie e gli apprezzamenti siano non solo rigorosamente veritieri ma anche esposti in modo obiettivo che non ecceda l’esigenza di informazione del pubblico”[3])

3) secondo la clausola generale, è concorrenza sleale ogni forma di scorrettezza professionale idonea a danneggiare l’altrui azienda che si ritrova nel comportamento di chi “si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda.”. Vari sono i casi che sono stati ricondotti a questa ipotesi: dalla sottrazione di segreti aziendali alla concorrenza parassitaria, dallo storno dei dipendenti alla concorrenza degli ex dipendenti, dal ribasso dei prezzi al boicottaggio alla pubblicità menzognera.

(il memo dell’art.2598 cod.civ.)

UN PO’ DI CASISTICA E QUALCHE CURIOSITA’.

DALL’IMITAZIONE DEL PACKAGING ALL’UTILIZZO DI CONOSCENZE TRAMITE LAVORATORE TRASMIGRATO.

La giurisprudenza si è spesso pronunciata su questo argomento. Riportiamo qui, per curiosità, qualche recente pronuncia.

1. Sulla concorrenza sleale per confusione.

In passato, in merito all’ipotesi di concorrenza per confusione, la giurisprudenza ha ritenuto, ad esempio, che:

“l’imitazione rilevante ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c. non esige la riproduzione di qualsiasi forma del prodotto altrui, ma solo di quella che investe le caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante, in quanto idonee, per capacità distintiva, a ricollegare il prodotto ad una determinata impresa, sempreché la ripetizione dei connotati formali non si limiti a quei profili resi necessari dalle caratteristiche funzionali del prodotto” (Cass. civ. Sez. I Sent., 14/05/2020, n. 8944)

l’imitazione del packaging può essere sanzionata come concorrenza sleale confusoria, parassitaria e di look alike nel caso in cui si provi la distintività del packaging e l’adozione generalizzata di proposte commerciali imitative” (Tribunale Milano Sez. spec. in materia di imprese Ord., 04/05/2021)

“costituisce applicazione dell’art. 2598, n. 1 e 3, c.c. perfettamente in linea con la giurisprudenza consolidata e sulla base di una motivazione puntuale e coerente avere accertato che i cartelli esposti dall’esercizio di bar all’aperto affiancato a quello dotato di orchestra con la scritta “nessun supplemento per la musica – no music charge” fossero illeciti perché idonei a trasmettere il messaggio: “venite da noi perché pagherete di meno pur potendo ascoltare la musica come al vicino caffè dove però ve la fanno pagare” (Cass. civ. Sez. I Sent., 04/06/2008, n. 14793)

2.  Sulla concorrenza sleale per denigrazione e comparazione.

Richiamo, qui, una recentissima pronuncia (ordinanza del 13 luglio 2021, n.19954), in cui la Corte di Cassazione ha ritenuto un atto di concorrenza sleale per appropriazione dei pregi dei prodotti o dell’impresa altrui (ex art. 2598 codice civile, comma 1, n. 2), il comportamento di un’azienda che aveva pubblicato sul proprio sito internet nomi di clienti prestigiosi, facendo così intendere di avere svolto a loro favore attività professionale, invece svolta da una società concorrente. La Corte ha ritenuto che l’appropriazione del nominativo di clienti in realtà di altri non fosse solo mera vanteria o pubblicità menzognera a danno del mercato, ma l’ha qualificata come un vero atto di concorrenza sleale

3. Sulla scorrettezza professionale secondo la clausola generale.

E’ questa, infine, l’ipotesi in cui può rientrare la casistica più ampia, vista la portata generale della clausola. Già sopra è riportato qualche esempio. Aggiungo solo qualche pronuncia:

“costituisce concorrenza sleale, a norma dell’art. 2598, n. 3, cod. civ., l’acquisizione, tramite storno di dipendenti, di notizie riservate di pertinenza di un’impresa concorrente, così da risparmiare sul costo dell’investimento in ricerca ed in esperienza ed alterando significativamente la correttezza della competizione, e ciò a prescindere dall’accertamento dell’eventuale presenza sul mercato di prodotti ottenuti sfruttando tali notizie. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata rilevando che, attraverso le conoscenze di un lavoratore trasmigrato dall’una all’altra azienda, un’impresa produttrice di gelati aveva indebitamente acquisito notizie che – in quanto concernenti l’elenco dei fornitori, delle materie prime usate, della loro composizione e delle procedure di lavorazione – sono per loro natura riservate, in quanto valgono ad assicurare la qualità dei prodotti di un’impresa e a differenziarli da quelli delle altre imprese operanti sul mercato)” (Cass. civ. Sez. I Sent., 20/01/2014, n. 1100)

“integra gli estremi dello sviamento sleale di clientela la condotta posta in essere da un imprenditore che, per il tramite di propri dipendenti già al servizio di un concorrente, si appropri di tabulati recanti i nominativi di clienti e distributori di quest’ultimo, essendo irrilevante la circostanza che detti nominativi fossero già noti al medesimo imprenditore ed a tali dipendenti, trattandosi di informazioni comunque riservate e, come tali, non divulgabili”(Cass. civ. Sez. I Sent., 31/03/2016, n. 6274)

“costituisce concorrenza sleale a norma dell’art. 2598, n. 3, cod. civ. l’assunzione di dipendenti altrui o la ricerca della loro collaborazione non tanto per la capacità dei medesimi, ma per l’utilizzazione, altrimenti impossibile o vietata, delle conoscenze tecniche usate presso altra impresa, compiuta con “animus nocendi”, ossia con un atto direttamente ed immediatamente rivolto ad impedire al concorrente di continuare a competere, attesa l’esclusività di quelle nozioni tecniche e delle relative professionalità che le rendono praticabili, così da saltare il costo dell’investimento in ricerca ed in esperienza, da privare il concorrente della sua ricerca e della sua esperienza, e da alterare significativamente la correttezza della competizione” (Cass. civ. Sez. I Sent., 08/06/2012, n. 9386)

“l’imprenditore che si duole della condotta del concorrente (consistita, nel caso di specie, nell’apertura domenicale di un esercizio commerciale, senza che sussistessero i presupposti richiesti da un’ordinanza sindacale) deve dare dimostrazione non tanto della violazione di norme amministrative, quanto anche del compimento di atti di concorrenza potenzialmente lesivi dei propri diritti, mediante malizioso ed artificioso squilibrio delle condizioni di mercato (Cass. civ. Sez. I, 03/04/2020, n. 7676)

“la concorrenza sleale parassitaria consiste in un continuo e sistematico operare, da parte di un imprenditore, sulle orme dell’imprenditore concorrente, attraverso l’imitazione di rilevanti iniziative imprenditoriali o lo sfruttamento di studi o ricerche di quest’ultimo” (Cass. civ. Sez. I, 29/10/2015, n. 22118)

QUALI SONO I RIMEDI DI FRONTE A ATTI DI CONCORRENZA SLEALE?

Rispondono alla domanda gli art. 2599 e 2600 codice civile, che prevedono:

-l’inibizione della continuazione degli atti di concorrenza sleale e l’adozione degli opportuni provvedimenti affinchè ne vengano eliminati gli effetti;

-la condanna al risarcimento dei danni, se gli atti di concorrenza sleale sono compiuti con dolo o con colpa (colpa che il codice, comunque, presume a fronte degli atti di concorrenza).

Può essere ordinata anche la pubblicazione della sentenza di accertamento e i danni possono comprendere tutto il pregiudizio economico subito dall’impresa danneggiata (es. tutto l’utile che il soggetto avrebbe potuto conseguire, le spese inutilmente sostenute, …)

(Post scriptum non giuridico)

In conclusione, un po’ di leggerezza, con una frase di Totò: “La tua concorrenza è sleale! Il tuo naso è più lungo del mio!”.

E un consiglio cinematografico: “Concorrenza sleale” è, infatti, il titolo di un bellissimo film del 2001 di Ettore Scola, riconosciuto di interesse culturale nazionale, interamente dedicato alle leggi razziali: “È la vicenda di due commercianti di stoffe che hanno negozi attigui e che sono dapprima divisi da una rivalità professionale che alimentano con furbizie e tiri mancini, poi legati da un’amicizia che nascerà dalle ingiustizie subite da uno dei due”.[4].

 

 


[1] Così in “Appunti sulla concorrenza”, di Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, Enciclopedia Treccani https://www.treccani.it/enciclopedia/concorrenza_%28Il-Libro-dell%27Anno%29/

[2] Cassazione, SS.UU., 23.11.1995, n.12103

[3] Trattato Responsabilità civile, diretto da Paolo Cendon – Omnia, Trattati giuridici, UTET Giuridica

[4] http://www.edscuola.it/archivio/norme/circolari/concorrenzasleale.pdf. “È un bel titolo Concorrenza sleale: semplice, allusivo, dalla doppia lettura. Perché, se sleale, all’inizio, è la concorrenza che lo scaltro merciaio ebreo, venditore di abiti confezionati, opera ai danni del contiguo sarto all’antica, tragicamente più sleale sarà di lì a poco la concorrenza attuata dallo Stato italiano, con “Il manifesto della razza” e le discriminazioni che ne discesero, ai danni della comunità ebraica” (Michele Anselmi, Vivi il cinema, Guida alla visione).

– Questo contributo è pubblicato anche nella sezione riservata Contributi dei Partner di Partner 24ORE, il network di professionisti e aziende specializzate del Gruppo Sole24ORE, di cui sono Professional Partner –

 

 

In partenza un nuovo progetto, CIVIL LAW TIPS – RESPONSABILITÀ CIVILE, CONTRATTI E DANNI, uno spazio dedicato alle tematiche giuridiche più rilevanti nel settore della responsabilità civile, dei contratti e del risarcimento danni.

Temi di cui si occupa principalmente questo studio, con riferimento soprattutto al mondo delle imprese e degli Enti pubblici e privati, ma con cui tutti, in qualche modo, per attività lavorativa o interessi personali, possono avere a che fare.

“Il diritto è la vita umana riassunta dalle leggi che la regolano”, diceva F. Carnelutti: ce lo ricorda Gianrico Carofiglio nell’introduzione (“La giustizia riguarda tutti”) del bel libro “10 lezioni sulla giustizia. Per cittadini curiosi e perplessi” (ed. Mondadori).

Il progetto prenderà spunto, ogni volta, da una notizia di attualità e sarà dedicato principalmente alle pagine social dello studio.

Seguirà i canoni del legal design, un approccio multidisciplinare alla progettazione di servizi, documenti e prodotti legali (in questo caso si tratterà di memo, informazioni, notizie di contenuto giuridico) che pone al centro il punto di vista dell’utilizzatore finale della legge, cercando di rendere il contenuto giuridico più chiaro, semplice, comprensibile e utile, pur mantenendo ferma la specificità e tecnicità del settore.

E allora seguitemi! Vi aspetto!

Il diritto è anche #questionedilibri. Continua la rubrica mensile estiva dello studio su diritto e lettura!

Il libro che ho pensato per questo mese di agosto è Mille splendidi soli, di Khaled Hosseini, edito da Piemme, pubblicato la prima volta nell’anno 2007.

Un libro che tocca le corde più profonde del cuore, su temi ancora troppo attuali.

Mille splendidi soli è la storia dell’intreccio dei destini di due donne afghane, Mariam e Laila, come afghano è l’autore del libro, che del suo paese di origine descrive con profondo realismo la tragica condizione femminile, soprattutto sotto il regime talebano negli ultimi 30 anni del secolo scorso.

Condizione che le due protagoniste, legate da una amicizia profondissima, affrontano con coraggio e grande dignità.

Un libro sui diritti delle donne, e, più in generale, sui diritti umani fondamentali, repressi da regimi dittatoriali.

Un libro sulla guerra, l’amicizia femminile, l’amore, la speranza, la lotta per la realizzazione dei propri sogni e il sacrificio.

Su alcuni temi non possiamo mai smettere di riflettere. E dalla storia, nemmeno troppo passata, non possiamo smettere di imparare.

Alla pagina della casa editrice, la scheda completa del libro: www.edizpiemme.it/libri/mille-splendidi-soli

Un’azienda che pubblica sul proprio sito internet nomi di clienti prestigiosi, facendo così intendere di avere svolto a loro favore attività professionale, invece svolta da una società concorrente, compie un atto di concorrenza sleale.

Lo ricorda la Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 13 luglio 2021, n.19954, al termine di un giudizio avviato da un’agenzia pubblicitaria, a carico di una concorrente, volto alla cessazione dell’attività di concorrenza sleale, consistente nell’avere pubblicato, sul proprio sito internet aziendale, i nomi di numerosi clienti che erano, invece, della società che aveva agito in giudizio, oltre al risarcimento del danno.

La Corte ha ritenuto che l’appropriazione del nominativo di clienti in realtà di altri non fosse solo mera vanteria o pubblicità menzognera a danno del mercato, ma l’ha qualificata come un vero e proprio atto di concorrenza sleale, in particolare nella forma dell’appropriazione dei pregi dei prodotti o dell’impresa altrui, prevista dall’art. 2598 codice civile, comma 1, n. 2,

Ha ricordato che questo illecito ricorre – secondo principi già affermati in passato – “quando un imprenditore, in forme pubblicitarie od equivalenti, attribuisce ai propri prodotti od alla propria impresa pregi, quali ad esempio medaglie, riconoscimenti, indicazioni di qualità, requisiti, virtù, da essi non posseduti, ma appartenenti a prodotti od all’impresa di un concorrente, in modo da perturbare la libera scelta dei consumatori”.

Compie un vero atto di concorrenza sleale, dunque, l’imprenditore  che “si appropria di pregi” di un’altra impresa e riferisce a sè, mediante il mezzo pubblicitario, caratteri di prodotti, di servizi o dell’impresa altrui, ma come se si trattasse di prodotti, servizi o caratteri già facenti parte della propria attività d’impresa, così appropriandosi dell’attività di un terzo e causando nella potenziale clientela un indebito accreditamento, rispetto ad attività, servizi o prodotti non corrispondenti all’effettiva attività svolta fino a quel momento.

D’altra parte, la norma contiene una previsione ampia: vi è appropriazione dei pregi di un concorrente quando, in forme pubblicitarie o equivalenti, un imprenditore attribuisca ai propri prodotti o alla propria impresa qualsiasi caratteristica dell’impresa o dei prodotti concorrenti che sia considerata dal mercato come qualità positiva e diventi, quindi, motivo di preferenza e di turbamento della libera scelta del cliente.