E’ nullo il mutuo fondiario contratto da un’impresa con una banca quando è stato superato il limite di finanziabilità previsto dall’art. 38 comma 2 Testo Unico Bancario (TUB – D.Lgs.385/93), c.d. sovrafinanziamento.

L’occasione per ricordare il principio viene da una recente sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, n. 133 pubblicata il 29 gennaio 2021 (commentata anche sul Sole24ore).

I FATTI.

Una società otteneva da una banca un mutuo di € 7.000.000,00 per la costruzione di un complesso immobiliare. A garanzia del mutuo la banca iscriveva ipoteca su beni immobili della società, a cui veniva dato dalle parti un “valore negoziale” di € 9.000.000,00 (invero poi, a seguito di consulenza d’ufficio svolta nel corso del giudizio, rivelatosi di gran lunga superiore al valore effettivo dei beni, risultato di poco più di € 6.500.000,00).

La società non è più riuscita, ad un certo punto, a rimborsare il mutuo e, così, la banca ha avviato un procedimento esecutivo sui beni ipotecati.

La società, tuttavia, si è opposta all’esecuzione iniziata dalla banca, rilevando, tra l’altro, la nullità del mutuo per violazione del limite di finanziabilità di cui all’art.38 TUB e, di conseguenza, che la Banca non aveva diritto a procedere all’esecuzione forzata.

LE NORME.

L’art.38 TUB richiamato, dopo avere definito al comma 1 la nozione di “credito fondiario”, prevede al comma 2 che la Banca d’Italia determina l’ammontare massimo dei finanziamenti, individuandolo in rapporto al valore dei beni ipotecati o al costo delle opere da eseguire sugli stessi, nonché le ipotesi in cui la presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisce la concessione dei finanziamenti.

Tale ammontare massimo è stato determinato, con delibera del Comitato interministeriale credito e risparmio del 22 aprile 1995, nell’80 per cento del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire sugli stessi.

LA DECISIONE.

Il Tribunale ha accolto l’opposizione della società, dichiarato la nullità del mutuo e l’inesistenza del diritto della banca a procedere in via esecutiva.

Ha, infatti, affermato la natura di norma di ordine pubblico dell’art.38 TUB e dalla sua violazione ha fatto discendere la nullità del contratto di mutuo fondiario.

In particolare, il Giudice ha ricordato che l’art.38 TUB è posto a tutela del“l’interesse pubblico di salvaguardia della stabilità del mercato attraverso la stabilità del singolo mutuante, per evitare di esporre il sistema ad una serie di devastanti conseguenze riconducibili alla crisi degli operatori creditizi, con costi ed oneri di salvataggio abitualmente posti a carico dell’erario.”.

L’interesse pubblico è, così, destinato a prevalere sull’autonomia privata, con nullità dei contratti tra privati contrari alla norma di ordine pubblico.

I PRECEDENTI RICHIAMATI.

Il Tribunale ha richiamato, in merito, la giurisprudenza della Corte di Cassazione, costante sul punto dal 2017. In particolare la pronuncia n. 1193/2020 della Corte di Cassazione, secondo cui “il limite di finanziabilità ex art. 38, secondo comma, è elemento essenziale del contenuto del contratto, e il suo mancato rispetto determina la nullità del contratto stesso, costituendo un limite inderogabile all’autonomia privata in ragione della natura pubblica dell’interesse tutelato, volto a regolare il quantum della prestazione creditizia al fine di favorire la mobilizzazione della proprietà immobiliare e agevolare e sostenere l’attività di impresa .”.

UNA PRECISAZIONE.

Il Tribunale, da ultimo, ha ricordato che “la nullità del contratto fondiario mantiene intatta la possibilità di conversione del mutuo fondiario in un ordinario finanziamento ove ne risultino accertati i presupposti” ma “l’unica modalità di recupero del contratto nullo é quella della conversione in un contratto diverso ai sensi dell’art. 1424 c.c.”. A tal fine, sarebbe stata necessaria una specifica domanda di conversione del contratto, proposta nella prima difesa successiva al rilievo della nullità, domanda he nel caso il Tribunale non ha ritenuto ritualmente svolta dalla banca.

 

I PROTAGONISTI. Facebook, l’italiana Business Competence s.r.l. e due APP.

I FATTI. B.C. S.r.l. realizzava nel 2012 l’APP per telefono mobile Faround, dopo avere ottenuto l’accesso alla “piattaforma Facebook”, come sviluppatore indipendente. Questa APP, tramite la geolocalizzazione, consentiva all’utente di individuare negozi, locali, ristoranti di suo interesse e vicini, sulla base dei suoi gusti e della sua community di amici su FB. La società sviluppatrice registrava nel Facebook App Center l’APP, che veniva anche inserita nell’App Store di Facebook.

Circa tre mesi dopo e dopo il collaudo da parte di FB del programma di B.C. S.r.l., FB annunciava il lancio di Nearby, applicazione concorrente di Faround e che di fatto ne impediva la sopravvivenza economica.

Allora B.C. S.r.l. si rivolgeva al Tribunale di Milano, chiedendo che venisse accertata la violazione del suo diritto di autore, la condotta di concorrenza sleale da parte di FB, che venisse inibito l’utilizzo di Nearby da parte di Facebook e le venissero risarciti i danni subiti per le spese e gli investimenti di sviluppo e per il mancato guadagno che avrebbe ottenuto dalla sua APP.

LE NORME. Due le norme, in particolare, prese a riferimento.

L’art. 158 legge n. 633/1941 (la Legge sul diritto d’auotre): “1.  Chi venga leso nell’esercizio di un diritto di utilizzazione economica a lui spettante può agire in giudizio per ottenere, oltre al risarcimento del danno che, a spese dell’autore della violazione, sia distrutto o rimosso lo stato di fatto da cui risulta la violazione. 2. Il risarcimento dovuto al danneggiato è liquidato secondo le disposizioni degli articoli 1223, 1226 e 1227 del codice civile. Il lucro cessante è valutato dal giudice ai sensi dell’articolo 2056, secondo comma, del codice civile, anche tenuto conto degli utili realizzati in violazione del diritto. Il giudice può altresì liquidare il danno in via forfettaria sulla base quanto meno dell’importo dei diritti che avrebbero dovuto essere riconosciuti, qualora l’autore della violazione avesse chiesto al titolare l’autorizzazione per l’utilizzazione del diritto.
3. Sono altresì dovuti i danni non patrimoniali ai sensi dell’articolo 2059 del codice civile.”.

E l’art. 2598 del codice civile (Atti di concorrenza sleale): “… compie atti di concorrenza sleale chiunque: … 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.

LA CONCLUSIONE (per ora). Nel 2016 il Tribunale – e poi nel 2018 la Corte d’appello – aveva già accertato, con una sentenza non definitiva, la responsabilità di FB per violazione del diritto di autore sull’app Faround (a cui Nearby era risultata estremamente simile e con funzionalità del tutto sovrapponibili) e per concorrenza sleale (art. 2598 n 3 codice civile) ed aveva condannato FB al risarcimento dei danni a favore di B.C. S.r.l., riservandosi di quantificarli.

Ora la Corte d’appello di Milano, con la sentenza n.9 pubblicata il 5.1.2021, ha determinato il danno (con l’ausilio di consulenti tecnici, anche con riferimento al mancato guadagno, sulla base di dati previsionali adeguati al caso), condannando FB al pagamento a favore di B.C. S.r.l. di € 3.831.000,00 per il pregiudizio economico complessivo subito.

Interessante vedere cosa ne penserà la Corte di Cassazione e se confermerà le sentenze.

Un’azienda che produce immissioni intollerabili (di polveri) a danno dei vicini è tenuta al risarcimento dei danni provocati, anche se la quantità emessa non supera i limiti fissati dalle leggi speciali e se il fatto non ha avuto rilevanza penale.

Questo il principio riaffermato dalla Corte di Cassazione che, con l’ordinanza depositata il 24 novembre 2020, n. 26715, ha confermato la condanna a carico di un opificio che aveva prodotto immissioni dannose intollerabili verso la proprietà dei vicini per 15 anni, quando finalmente ha provveduto ad adeguare gli impianti del proprio stabilimento. Nella condanna, i Giudici hanno tenuto conto de “l’accertata notevole quantità di polvere all’interno e all’esterno dell’opificio, l’inadeguatezza dei sistemi di pulizia e di aspirazione, nonchè l’esistenza di nuvole di polvere dell’altezza di 3-4 metri al passaggio dei mezzi di movimentazione dei materiali, oltre che della destinazione abitativa del fondo della controparte e della vicinanza dei due fondi.”.

La norma di riferimento del codice civile è l’articolo 844, che prevede che “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi”. Le immissioni provenienti dai vicini, dunque, devono essere sopportate, però solo fino al limite della normale tollerabilità, oltre il quale vi è il diritto alla cessazione ed al risarcimento dei danni (nella specie alla salute che, in questo caso, sono stati liquidato nell’importo di 75.000,00 euro).

Per stabilire se vi sia o vi sia stato superamento della normale tollerabilità, la Corte ha ricordato che “I parametri fissati dalle norme speciali a tutela dell’ambiente (dirette alla protezione di esigenze della collettività, di rilevanza pubblicistica), ……… non sono necessariamente vincolanti per il giudice civile che, nello stabilire la tollerabilità o meno dei relativi effetti nell’ambito privatistico, può anche discostarsene, pervenendo al giudizio di intollerabilità, ex art. 844 c.c., delle emissioni, ancorchè contenute in quei limiti, sulla scorta di un prudente apprezzamento che consideri la particolarità della situazione concreta e dei criteri fissati dalla norma civilistica (invero posta preminentemente a tutela di situazioni soggettive privatistiche, segnatamente della proprietà)”.

Fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione, coabitazione e contribuzione: questi i diritti e doveri reciproci fondamentali previsti dall’art. 143 codice civile che nascono dal matrimonio.

Ma cosa accade se tutti o alcuni di essi non vengono rispettati?

Alla domanda si è trovata a dovere rispondere di nuovo recentemente la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26383 deposita il 19 novembre 2020, in un giudizio di separazione tra coniugi.

Il marito, che aveva chiesto che la separazione venisse addebitata alla moglie imputando alla sua infedeltà l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, aveva anche domandato la condanna della moglie al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti per la depressione in cui era caduto proprio a causa dell’infedeltà coniugale (c.d. illecito endofamigliare).

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Attenzione a dove guardiamo e a dove mettiamo i piedi!

Un signore, a causa di un cordolo di cemento destinato a delimitare un contenitore di rifiuti in una via del centro cittadino nel quale egli si era trovato a passare, cadeva e subiva dei danni. Ritenendo vi fosse una responsabilità del Comune, ha agito, così, contro l’Ente, chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della caduta.

La domanda è stata respinta sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello e, da ultimo, anche dalla Corte di Cassazione, con l’ordinanza 3 novembre 2020, n. 24416. Quest’ultima, dopo aver ricordato che l’incidente era avvenuto in pieno giorno (alle 12 di un giorno di settembre) e che il cordolo, per colore, dimensioni e funzione era perfettamente visibile, ha concluso nel senso che la caduta era da ricondurre in via esclusiva al comportamento disattento del danneggiato.

La Corte di Cassazione ha richiamato un principio, affermato ormai quasi costantemente negli ultimi anni, per cui, quanto più la situazione fonte di un possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato di normali cautele in rapporto alle circostanze, tanto più l’incidente deve considerarsi conseguente solo al suo comportamento imprudente.

Il danno va sempre provato in maniera rigorosa: il giudice può liquidarlo in via equitativa solo se la prova è impossibile o particolarmente difficoltosa.

L’occasione per riaffermare principio della necessità della prova rigorosa dei danni subiti è dato alla Corte di Cassazione dal giudizio avviato da una Signora contro un Istituto Bancario, volto a ottenere la cancellazione di un’ipoteca illegittimamente iscritta in suo danno e il risarcimento dei danni subiti (danni non patrimoniali dovuti a stress, turbamento e ansia nonchè danni al nome e all’immagine) per tale ingiusta iscrizione.

La società convenuta provvedeva alla cancellazione spontanea dell’ipoteca in via di autotutela, ma la causa è continuata per la pronuncia sulla domanda di risarcimento del danno.

Domanda che è stata ritenuta fondata in primo grado ma, poi respinta, anche da ultimo dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23661 depositata il 27 ottobre 2020. La Corte ha affermato che, nel caso, non sussistevano i presupposti per riconoscere il risarcimento ma soprattutto che la parte “ha omesso di fornire la benchè minima prova di aver subito un danno concretamente valutabile che possa fondare il diritto al risarcimento”. E nemmeno potevano ricorrere i presupposti per la liquidazione dei danni secondo equità.

La Corte di Cassazione ha ricordato, infatti, che, secondo l’orientamento costante della giurisprudenza, la liquidazione equitativa dei danni è rimessa dall’art. 1226 c.c. al prudente criterio valutativo del giudice solo quando la determinazione del relativo ammontare sia impossibile e anche quando la stessa, in relazione alle peculiarità del caso concreto, si presenti particolarmente difficoltosa. Il che i Giudici non hanno ritenuto  ricorrere nella specie.